Ci sono vicende che scuotono profondamente le nostre coscienze.
Fatti che avvengono a migliaia di chilometri da Milano ma che non ci lasciano indifferenti.
Fatti che sono rilanciati su ogni schermo, sui nostri telefoni e dalle televisioni, attraverso foto e video che diventano, in un attimo, virali.
Fotografie e scene che segnano un punto critico, il superamento di un limite.
Immagini simboliche che ci interpellano, che necessitano di un’elaborazione emotiva ed intellettuale.
Scene rispetto alle quali c’è un prima e un dopo.
Quello che sta succedendo in queste settimane a Minneapolis e nelle città nordamericane – la caccia ed il rastrellamento di migranti o di persone sospettate di essere non cittadine da parte del famigerato ICE (Immigration and Customs Enforcement) -ha lasciato l’opinione pubblica annichilita e sta scatenando un acceso dibattito.
Insieme ai migranti ed alle persone con un diverso colore della pelle vengono presi di mira anche gli attivisti che cercano di mettere in sicurezza i loro concittadini, perseguitati senza sosta dall’ICE, agenzia federale nata nel 2003 ma enormemente potenziata dall’amministrazione Trump, le cui regole d’ingaggio e le cui modalità di intervento appaiono, a dire poco, fuori dai canoni dello stato di diritto.
Nel mese di gennaio due persone sono state uccise dall’ICE, Renée Good e Alex Pretti, freddati nel tentativo di proteggere persone inermi.
L’uccisione di cittadini americani, nel contesto dell’ampia protesta pacifica ed organizzata a Minneapolis e in molte altre città degli Stati Uniti, sta forse provocando qualche crepa nelle brutali politiche trumpiane.
La riflessione che abbiamo maturato come Studio Incipit, leggendo i giornali e discutendone insieme, riguarda in particolare la vicenda di un bambino di cinque anni, Liam Conejo Ramos, di origine ecuadoriana, arrestato dagli agenti dell’ICE lo scorso 20 gennaio sempre a Minneapolis.
Sebbene molti dettagli siano ancora da chiarire, secondo le molteplici testimonianze raccolte dai media, gli agenti dell’ICE avrebbero fermato il piccolo Liam, che era appena uscito dall’asilo, per usarlo come ‘esca’, facendo sì che egli bussasse alla porta di casa allo scopo di verificare la presenza di altri familiari, dopo averne arrestato il padre.
La responsabile del complesso scolastico, di cui fa parte anche l’asilo frequentato dal bambino, ha dichiarato che padre e figlio sono stati portati via davanti casa loro, al rientro da scuola. Gli agenti “avrebbero usato Liam come <<esca>>: gli avrebbero chiesto di bussare alla porta di casa per farsi aprire, in modo da verificare se ci fosse dentro qualcun altro da arrestare” (https://www.ilpost.it/2026/01/23/liam-conejo-ramos-arrestato/).
Sulla vicenda si è espresso il vicepresidente statunitense che ha avallato la versione degli agenti, i quali avrebbero agito per proteggere il minore. Secondo il governo statunitense la circostanza che un ‘immigrato irregolare’ abbia dei figli non impedisce il suo arresto e la sua espulsione.
Padre e figlio sono ora detenuti in Texas, a più di duemila chilometri da Minneapolis. L’avvocato della famiglia ha dichiarato che i Ramos sono entrati legalmente negli USA nel 2024, che hanno una pratica di asilo pendente e nessun precedente penale.
La foto di Liam con il berretto blu da coniglio e lo zainetto di Spiderman mentre viene scortato dagli agenti dell’ICE è diventata subito virale ed è su questa immagine che vogliamo fermare lo sguardo.
Il 12 settembre 2015, Benedetta Colombo, fondatrice dello Studio Incipit, nel pieno dell’afflusso di cittadini siriani in fuga dalla guerra che devastava il loro Paese, commentava sui profili dello Studio una foto diffusa in rete che rappresentava un agente di polizia seduto in mezzo ad una strada davanti ad una bambina migrante.
I due erano raffigurati in atteggiamento giocoso: il gendarme con le mani sulla faccia, la piccola divertita con i palmi delle mani protese verso l’uomo. Benedetta, tra i vari spunti che la foto le aveva suscitato, evidenziava che l’immagine rappresentava l’umanità: “due persone senza lingua comune che si riconoscono come essere umani; ridono nello stesso modo, giocano nello stesso modo, usano le mani per dirsi cose, questi umani. Si capiscono ma non si parlano. Se si parlassero non si capirebbero. Se usano mani, risa lacrime si riconoscono”.
Il 2 settembre 2015 un’altra foto, di tenore opposto ed assai drammatico, mostrava il corpo senza vita di un bambino in tenera età riverso sulla spiaggia di Bodrum, sulle coste turche. Alan Kurdi era un bambino siriano, di etnia curda, in fuga con la sua famiglia dalle persecuzioni dell’ISIS e morto a seguito del rovesciamento di un piccolo gommone che si capovolse poco dopo avere lasciato la Turchia per cercare di raggiungere l’isola greca di Koo, distante quattro chilometri da Bodrum. “Alan Kurdi è divenuto un simbolo della crisi europea dei migranti dopo la sua morte per annegamento e l’iconica foto scattata al ritrovamento del suo corpo senza vita su una spiaggia” (così Wikipedia alla voce Alan Kurdi).
Oggi, a distanza di undici anni da quelle foto e da quei fatti, in questa terza decade del nuovo secolo e millennio, ci misuriamo con un acuirsi delle violenze nei confronti di bambini, di famiglie e di persone, negli USA ma anche in molti altri luoghi, compresa nella vecchia Europa.
I ‘fatti americani’ sono straordinariamente gravi se pensiamo ancora agli Stati Uniti come a una democrazia di lungo corso.
Essi però segnalano una tendenza alla disumanizzazione molto preoccupante, una palese violazione delle regole base delle democrazie occidentali, in primis quella della tutela dei minori, della salvaguardia del loro best interest.
Nel contesto del nostro Studio, che di migranti, di persone, di minori e di famiglie si occupa quotidianamente, la foto del piccolo Liam circondato dagli agenti sta smuovendo un flusso di riflessioni che, in sintesi, vorremmo offrire a chi è interessato a ragionare con noi sui tanti profili etici, giuridici, sociologici e psicologici che questa immagine sollecita.
Nello scambio tra noi alcune hanno messo in rilievo che Il caso di Minneapolis è decisamente ‘caso limite’ e difficilmente troverebbe spazio nel nostro ordinamento, non tanto per l’assenza di una singola norma di divieto (che risulterebbe persino strano doverla ipotizzare), quanto per la stratificazione di tutele specifiche che anche il diritto dell’immigrazione italiano riserva ai minori. Il nodo centrale resta la struttura stessa delle procedure migratoriee i loro limiti invalicabili quando entrano in contatto con l’infanzia.
Nel nostro ordinamento, il minore non è soltanto “protetto” in astratto, ma è sottratto strutturalmente alla logica dell’enforcement migratorio; questo non perché immune dalla realtà che lo circonda, ma perché il diritto, prima ancora di intervenire, riconosce che vi sono confini che l’azione dello Stato non può oltrepassare senza perdere la propria legittimazione.
Altri sottolineano che cercare di arrestare “l’emorragia di umanità” è anche compito della società civile, che già in passato ha lanciato appelli in tal senso, per esempio con la partecipata campagna “magliette rosse” dell’estate del 2018, in ricordo di Alan Kurdi e del colore delle magliette che le madri migranti fanno indossare ai propri figli prima di affrontare la traversata del Mediterraneo, nella speranza che quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori. I fatti di Minneapolis, con la loro carica di violenza discriminante e la caccia al migrante condotta casa per casa, non possono che riportare alla mente anche ciò che è accaduto per mesi nella Tunisia del Presidente Kais Saied nel 2023, all’indomani dei suoi discorsi razzisti e apertamente xenofobi che hanno dato il via ad aggressioni per strada e pestaggi di migranti, studenti e richiedenti asilo di origine subsahariana, poi arrestati in massa dalla polizia tunisina ed espulsi o abbandonati a se stessi nel deserto di confine con Libia e Algeria.
Per la neuropsichiatra colpisce come, nel nome di assunti operativi o di prassi istituzionali, la legge possa smettere di dialogare con il limite umano, perdendo la capacità di flessibilità e di riconoscimento della vulnerabilità come criterio decisivo, soprattutto quando si ha a che fare con un bambino.
Dal punto di vista clinico, ciò che appare più perturbante non è solo l’evento in sé, ma la miopia che lo rende possibile: un agire che procede senza fermarsi, che applica senza interrogarsi sugli effetti psichici, che non vede il minore come soggetto in fase evolutiva ma lo tratta implicitamente come un’appendice dell’adulto. In questo slittamento, la norma non solo smette di proteggere ma finisce per schiacciare.
E quando la legge perde la sua funzione di contenimento e di cura, e l’umanità viene bypassata in nome dell’esecuzione, si producono esperienze precoci di rottura e di sfiducia, che inevitabilmente incidono sulla costruzione del senso di sicurezza, di appartenenza e sul rapporto con l’autorità e con il mondo adulto.
Bisogna chiedersi che rapporto potrà avere, crescendo, un bambino come Liam con l’autorità: se riuscirà a fidarsi, a riconoscerla come elemento di tutela, oppure se maturerà vissuti di diffidenza, ostilità o rivalsa. È una domanda clinica, prima ancora che sociale o giuridica.
In questi giorni colpisce, in modo analogo, anche un altro episodio di cronaca che coinvolge un bambino fatto scendere da un mezzo pubblico, in pieno inverno, per mancanza di adeguato biglietto. Anche lì si avverte la stessa frattura tra regola ed umanità, e la stessa difficoltà a riconoscere la vulnerabilità del minore come priorità.
Un’amica dello Studio Incipit, che per anni ha collaborato con noi come consulente legale, riflette sull’episodio richiamando la storia e la storia del diritto. Il diritto è un’invenzione umana e si muove come si muovono e si trasformano le culture e le credenze. Nello spazio e nel tempo. Così è possibile condannare a morte una donna che si accende una sigaretta nello stesso anno in cui altrove un’altra donna è legittimata a chiedere un risarcimento per essere stata discriminata. O ancora, è possibile che ci siano stati periodi (nel medioevo, per esempio) in cui il furto era considerato reato più grave dell’omicidio.
Eppure (almeno sicuramente in ambito romanistico, ma più tardi, anche fra i “barbari”) i bambini sono stati considerati ” innocenti” di default. La mostruosità “dell’arresto” di un bambino di cinque anni, l’effetto, quasi più grottesco che raccapricciante, sta anche in questo sovvertimento di un’intuizione che dura da migliaia di anni. E più ancora che crudele, è ” inaudito” in senso letterale.
L’arretramento evolutivo di queste politiche di chi sta governando, negli USA come in Italia, si incentra anche sulla contesa di chi siano i bambini, su a chi spetti l’ultima parola quando i loro diritti sono in discussione. Si sta sdoganando il messaggio che se il minore è figlio di migranti può ricevere un trattamento deteriore, persino l’arresto e la deportazione. C’è qualcosa in questo che spaventa persino più dell’uso delle armi.
Una collega psicologa riflette sui due fronti, su quello degli esecutori e sugli effetti sul piccolo Liam e sulla sua famiglia. Rispetto agli “squadristi” ICE, fa orrore la disumanità dei singoli uomini, ma terrorizza ancor più il pensiero che alla base di questa perdita di umanità c’è una perdita della capacità di pensiero critico, di discernere tra bene e male.
Non può non tornare alla mente la disumanizzazione nel senso che intendeva Hannah Arendt ne “La banalità del male”: singoli uomini che “obbediscono” come meri ingranaggi di una macchina burocratica.
Cosa significa questo, che cosa ci dice della società in cui siamo?
Rispetto al bambino Liam e alla sua famiglia, sembra innegabile la portata traumatica di quanto gli è successo. L’esperienza del carcere, l’allontanamento dai genitori, l’uscita traumatica, subìta, dal mondo dei bambini. L’innocenza come lusso di alcuni. L’ingresso in una realtà di cose orribili, di celle, di sporcizia, di freddo, di violenza…come si recupera questo nella psiche dei piccoli?
Inoltre, con l’aggravante, se ha senso parlare di aggravanti in questo quadro già così nefasto, di mancanza di motivi sensati alla base di quello che è successo. E la mancanza di senso genera impossibilità di pensiero, ambiguità, e nell’ambiguità c’è la paura e, nella paura, ancora si annida il non pensiero.
Possono essere queste condizioni “facilitanti” una disumanizzazione successiva?. L’ambiguità resa ancora più evidente dal “raggiro”, dal fatto di essere usato come “esca”.
Probabilmente Liam e la sua famiglia si porteranno dentro, oltre a tutti i traumi legati alla discriminazione razziale, ambiguità e un grande senso di precarietà, con il rischio di non potersi sviluppare come persone con il proprio libero potenziale, ma di subire una realtà esterna nei confronti della quale non possono nulla.
Mentre riflettiamo e approfondiamo è arrivata la notizia che il Giudice dello U.S. District del Texas Fred Biery ha ordinato la liberazione di Liam e di suo padre, rilevando che “il caso ha la sua genesi nella mal concepita e incompetente strategia governativa di imporre quote di deportazione giornaliere, anche se ciò comporta il trauma dei bambini” (fonte Associated Press; si veda anche https://lavocedinewyork.com/news/2026/01/31/liberati-padre-e-figlio-di-5-anni-detenuti-dallice-dopo-le-polemiche-sullarresto/)
La giurisdizione, fintanto che sarà indipendente, potrà correggere gli abusi degli esecutivi, anche quelli più macroscopici, ma sarà sempre compito dei cittadini indignarsi per fatti che feriscono prima di tutto la morale di ciascun individuo.
Tuttavia, il rischio che l’indipendenza del potere giudiziario venga meno, per effetto dell’intervento del potere politico sulle nomine dei giudici o per via di interventi normativi, è elevatissimo.
Milano, 3 febbraio 2026
Con il contributo di: avv. Paolo Oddi, avv. Maria Teresa Brocchetto, avv. Anna Brambilla, dott.ssa Giusi Sellitto, dott. Viola Terenzoni, dott.ssa Raffaella Restuccia.

